“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare”.
(Canti, XII)
LEOPARDI: IL POETA DELL’INFINITO

“L’infinito è un parto della nostra immaginazione, della nostra piccolezza ad un tempo e della nostra superbia […], l’infinito è un’idea, un sogno, non una realtà”.
Così afferma Giacomo Leopardi in un passo dello Zibaldone. La tematica dell’infinito è fortemente sentita dagli artisti romantici dell’Ottocento, tra cui spicca il poeta recanatese (benché egli non accettò fino in fondo tutti gli aspetti di questa corrente culturale). Al poeta è molto cara la tensione dell’uomo proteso verso l’infinito. Al centro della propria meditazione vi è il motivo del pessimismo, inerente all’infelicità dell’uomo. Le cause di tale infelicità sono esposte in alcune pagine dello Zibaldone. Secondo Leopardi infatti, la felicità coincide con piaceri materiali, sensibili, non astratti. Non desiderando però l’uomo un piacere ben determinato, particolare, e aspirando invece al piacere, inteso come piacere infinito per durata ed estensione, si è destinati a restare insoddisfatti. Infatti nessun piacere sperimentabile nel mondo può soddisfare una simile esigenza. Per cui tale insoddisfazione è destinata a sfociare nell’infelicità, la quale conduce alla visione della nullità di tutte le cose.
“Il sentimento della nullità di tutte le cose, la insufficienza di tutti i piaceri a riempirci l’animo, e la tendenza verso un infinitoche non comprendiamo, forse proviene da una cagione semplicissima, e più materiale che spirituale. L’ anima umana desidera sempre essenzialmente, e mira unicamente, benché sotto mille aspetti, al piacere, ossia alla felicità, che considerandola bene è tutt’uno col piacere. Questo desiderio e questa tendenza non ha limiti: né per durata, né per estensione.[…] Quando l’anima desidera una cosa piacevole, desidera la soddisfazione del suo desiderio infinito, desidera veramente il piacere, e non un tal piacere; ora nel fatto trovando un piacere particolare, e non astratto, ne segue che il suo desiderio non essendo soddisfatto di gran lunga, il piacere è appena piacere. E perciò tutti i piaceri devono essere misti di dispiacere, come proviamo, perché l’anima nell’ottenerli cerca avidamente quello che non può trovare, cioè un’infinità di piacere, ossia la soddisfazione di un desiderio illimitato”.
(Zibaldone, 165-167)
L’infelicità diviene, nell’universo leopardiano, una vera e propria necessità, ossia qualcosa di inevitabile. Unico rimedio a disposizione dell’uomo risiede nella sua mente: si tratta di pura immaginazione e di illusioni. È tale il modo di evadere da una realtà insopportabile. L’opportunità di immergersi in un “illusorio” vagheggiamento di infinito e di provare dunque un altrettanto illusorio appagamento al desiderio del piacere infinito è offerta da ogni cosa che sia vaga, lontana, indefinita. Vediamo come anche nella concezione leopardiana l’indefinito, l’ápeiron si coniughi alla perfezione con il concetto di infinito. Sono oggetti concreti ritrovabili nel mondo tangibile, che si caratterizzano per una particolare suggestività, creano un’“impressione”, sono evocativi. Spesso, per suscitare “idee infinite”, spiega il Leopardi, è sufficiente osservare alcuni oggetti in una prospettiva privilegiata, particolare, che permetta di vederli solo per metà, o “con certi impedimenti”. Ecco che la vista di una siepe può risultare particolarmente piacevole, perché in quel caso, tutto ciò che, a causa dell’ostacolo, è precluso alla vista, senso obiettivo e razionale per eccellenza, viene compensato da un fervido lavorìo dell’immaginazione:
“Perché allora in luogo della vista, lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale”.


Filari di alberi, che, se ci si abbandona all’immaginazione, si vedrà dipanarsi all’infinito

C. Monet, “Oliveto nel giardino Moreno”

C. Monet, “Il sentiero delle rose”. Assolutamente straordinario come il sentiero sia quasi “trasfigurato” nella fugace suggestione che il pittore intende trasmettere: egli riesce ad “incanalare” lo sguardo e a far cercare una fine al sentiero, che tuttavia pare inarrivabile.
In parallelo, il poeta elabora una concezione ideale del suono, anche. Un canto lontano, evocativo, che giunga quasi come un sussurro, un’eco, che sfumi sino a divenire quasi impercettibile, ma che in realtà non diventi mai muto (ciò ricorda molto il concetto matematico di “tendente ad infinito”).
“È piacevole per se stesso, cioè non per altro, se non per un’idea vaga ed indefinita che desta, un canto (il più spregevole) udito da lungi o che paia lontano senza esserlo, o che si vada appoco appoco allontanando, e divenendo insensibile o anche viceversa (ma meno) o che sia così lontano, in apparenza o in verità, che l’orecchio e l’idea quasi lo perda nella vastità degli spazi”.
(Zibaldone)
Sicuramente anche i componimenti leopardiani, e in particolare la lirica “Infinito”, risuonano di tali “canti” remoti, efficacemente riprodotti.
L’“INFINITO”
Il componimento intitolato “Infinito”, composto nel 1819, fa parte della raccolta dei “Canti”. In tale opera, il poeta riunì tutti i componimenti che rispondevano alla sua idea di poesia come lirica, canto che sgorga dall’animo del poeta liberamente, e trovi un proprio ordine e una propria armonia al suo interno, e non in schemi prestabiliti. La poesia, facendo riferimento alla concezione filosofica del poeta
Secondo manoscritto autografo dell’ “Infinito”, datato 1819, di cui nel 2019 ricorre il bicentenario.
(di cui abbiamo già parlato), deve essere in grado di evocare, di suscitare il senso del vago e dell’indefinito tutto attraverso l’uso di parole, di immagini e suoni. Perfino l’uso di parole desuete, dette “peregrine”, poiché lontane nell’uso, ha il precipuo scopo di riprodurre un canto “vago”: così si giustifica il fatto che i componimenti di Leopardi siano spesso costellati di latinismi, o di arcaismi in generale, che accentuano appunto la sensazione di indefinito che, secondo il poeta, coincide con l’essenza stessa della poesia.
La poesia, inoltre, si nutre di ricordi cari e familiari (la cosiddetta “rimembranza”.
E difatti, la poesia incomincia con la citazione di un colle particolarmente noto e familiare per il Leopardi. Egli siede, e, pur essendovi una siepe ad ostacolare la visuale, nonostante questo impedimento, inizia a meditare. È la stessa siepe ad attivare la sua immaginazione, che “scavalca” la siepe e lo pone dinnanzi all’infinito spaziale: egli viene dunque per un attimo pervaso dall’immensità spaziale dell’infinito (“interminati spazi”, vv. 4-5, espressione posta perfino in enjambement, con l’intenzione di rimarcarne il significato). Inoltre Leopardi, trattandosi della sua immaginazione, riesce persino ad udire il silenzio assoluto, di fatto inesistente nella realtà. A questo punto sente un angoscioso senso di smarrimento, in questa immensità indefinita. È il vento a riportarlo nella realtà, e a consentirgli di mettere a confronto il tempo con l’eternità, la voce del vento, con il silenzio dell’infinito. Si apre ora dinnanzi agli occhi dell’immaginazione del poeta l’immensità temporale: gli “sovvien” l’eternità, il passato, e il presente, vivo, pulsante nei rumori della vita. Ora il poeta non si sente più smarrito: egli si abbandona tutto all’infinito, si annulla con un brivido di piacere nel mare dell’infinito.
STRATEGIE FORMALI:

C. David Friederich, Mattino, 1821
La tensione tra finito e infinito si può cogliere anche da un punto di vista formale.
Infatti, il poeta tende a rimarcare la chiusura di uno spazio finito, limitato, usando esclusivamente brevissime parole, mentre a partire dal verso terzo, progressivamente le parole si fanno più lunghe, si amplificano, grazie anche agli enjambements; da notare è anche l’oscillazione tra queste due “sfere”, evidenziata dall’uso dei dimostrativi “questo” e “quello”. In un primo momento il poeta, esprimendo maggiore vicinanza al finito, adopererà il primo per rimarcare il limite della realtà tangibile, ed il secondo per evidenziare un infinito distante e remoto; in seguito, il gioco si ribalterà, una volta che egli si sia abbandonato a “questo mare” dell’infinito.
Anche i suoni sono disposti in maniera tale da conferire particolare rilevanza a parole che evocano il senso di infinito: si può far caso al ripetuto uso di “a”, dal suono aperto, in parole come tanta, interminati, profondissima, immensità.
In ultimo, lo stile adottato dal poeta è tutt’altro che impressionistico, ossia egli non traccia brevi e suggestivi tratti, bensì fornisce delle descrizioni che, nel lungo percorso “funambolico” tra finito ed infinito, egli vuole far assaporare piacevolmente ogni sensazione, lentamente.
Il rapporto dell’io con l’infinito
Se si presta attenzione alla disposizione dei periodi, si possono notare tre differenti approcci dell’io lirico nei confronti dell’infinito. Inizialmente, il poeta riesce a rendere efficacemente l’idea di essere sopraffatto dalla suggestione che l’infinito gli provoca, e infatti è presente un’inversione che colloca in primo piano gli interminati spazi, i sovrumani silenzi, la profondissima quïete, relegando in fondo al periodo il soggetto spaurito (io nel pensier mi fingo). Successivamente la struttura viene capovolta: l’io lirico, ridestato dal vento, riacquista padronanza di sé e passa ad un atteggiamento dinamico. Infine, nell’ultimo verso, dell’io lirico non rimane che un unico fonema (m’), avvolto tra le due parole chiave naufragar e dolce: ora che il poeta si è abbandonato all’infinito, il suo io si annulla, con l’immersione in questo mare, nell’ovattata dimensione di una prospettiva senza soluzione di continuità.

David Friedrich, Un viandante sopra un mare di nuvole, 1818.
Il celebre dipinto raffigura un viandante, in primo piano, che, pur essendo la figura più grande di tutto il quadro, tende a scomparire rispetto all’immensità che ha dinnanzi a sé. La nebbia, che nasconde la vallata, rendendone visibili solo alcune vette, sembra addirittura accrescerne le dimensioni, propagarle all’infinito. In questo caso, proprio come la siepe del Leopardi, la nebbia è la “molla che”, celando in una coltre il paesaggio, lo amplifica sino a farlo diventare infinito. Ancora una volta è l’infinito a vincere sull’individuo, e su ogni cosa.
All’interno di questa lirica sono contenuti tutti i principali temi relativi all’infinito: la tensione dell’uomo all’infinito, il contrasto tra finito ed infinito ed il rapporto tra l’individuo e l’infinito.
Tali tematiche sono riscontrabili anche in altri ambiti, dalle religioni, alla ricerca scientifica. In questo caso, naturalmente, Leopardi propone la sua peculiare visione dell’infinito: esso è un’illusione, un silenzioso mare in cui è possibile immergersi tramite la propria immaginazione.
Fare esperienza di questo tipo di infinito non è sicuramente all’ordine del giorno, tuttavia probabilmente sarà accaduto ad ognuno, nel riflettere, di essere rapiti dalla realtà, di ritrovarsi catapultati in una dimensione totalmente soggettiva, immaginaria, magari soltanto per pochi attimi.
L’infinito, per Leopardi, non coincide con la realtà, non si può trovare nel mondo concreto e tangibile.
È l’immaginazione ad essere infinita, e a trionfare sul limitato mondo reale.


Un pensiero su “Un mare silenzioso: L’INFINITO LEOPARDIANO”