Nient’altro che un punto: un epigramma di Leonida

I remembered that the real world was wide, and that a varied field of hopes and fears, of sensations and excitments, awaited those who had the courage to go forth into it’s expanse, to seek real knowledge of life amidst it’s perils.

In quel momento mi rendevo conto che il mondo era vasto, e che un campo pieno di speranze e di paure, di sensazioni e di esaltazioni aspettava chi aveva il coraggio di affrontarlo, e di cercare la vera conoscenza della vita fra i suoi pericoli.

Jane Eyre, Charlotte Brontë

Se confrontato con l’infinità del tempo, una retta, senza inizio né termine, la vita dell’uomo può apparire ben poca cosa. È quanto esprime con intensa efficacia un epigramma, atipico nella sua estensione (tutt’altro che rispondente ai canoni di brevitas propri del genere) composto da Leonida di Taranto, tradizionalmente annoverato all’interno della Scuola dorico-peloponnesiaca. Leggiamolo insieme.

“Μυρίος ἦν, ὤνθρωπε, χρόνος πρὸ τοῦ, ἄχρι πρὸς ἠῶ
ἦλθες, χὠ λοιπὸς μυρίος εἰς Ἀίδην.
Tίς μοῖρα ζωῆς ὑπολείπεται, ἢ ὅσον ὅσσον
στιγμὴ καὶ στιγμῆς εἴ τι χαμηλότερον;
μικρή σευ ζωὴ τεθλιμμένη· οὐδὲ γὰρ αὐτὴ
ἡδεῖ’, ἀλλ’ ἐχθροῦ στυγνοτέρη θανάτου.
ἐκ τοίης ὥνθρωποι ἀπηκριβωμένοι ὀστῶν
ἁρμονίης ὑψοῦντ’ ἠέρα καὶ νεφέλας·
ὦνερ, ἴδ’, ὡς ἀχρεῖον, ἐπεὶ περὶ νήματος ἄκρον
εὐλὴ ἀκέρκιστον λῶπος ἐφεζομένη·
τοῖον τὸ ψαλάθρειον ἀπεψιλωμένον οἷον
πολλῷ ἀραχναίου στυγνότερον σκελετοῦ.
ἠοῦν ἐξ ἠοῦς ὅσσον σθένος, ὦνερ, ἐρευνῶν
εἴης ἐν λειτῇ κεκλιμένος βιοτῇ·
αἰὲν τοῦτο νόῳ μεμνημένος, ἄχρις ὁμιλῇς ζωοῖς,
οἵης ἡρμόνισαι καλάμης”

Antologia Palatina, VII 472

“Infinito fu il tempo, uomo, prima / che tu venissi alla luce, e infinito / sarà quello dell’Ade. E quale parte / di vita qui ti spetta, se non quanto / un punto, o, se c’è, qualcosa più piccola / di un punto? Così breve la tua vita / e chiusa, e poi non solo non è lieta, / ma è assai più triste dell’odiosa morte. / Con una simile struttura d’ossa / tenti di sollevarti fra le nubi / nell’aria! Tu vedi, uomo, come tutto / è vano: all’estremo del filo / c’è un verme sulla trama non tessuta / dalla spola. Il tuo scheletro è più tetro / di quello di un ragno. Ma tu che, giorno / dopo giorno, cerchi in te stesso, vivi / con lievi pensieri e ricorda solo / di che paglia sei fatto”. (trad. Salvatore Quasimodo)

Se paragonata al tempo infinito che lo ha preceduto e lo seguirà, la vita dell’uomo è un punto (quasi a rinforzarlo il poliptotostigmè kaì stigmés”, v.4). Non è un caso se a offrire una traduzione del testo sia stato proprio Salvatore Quasimodo, il poeta ermetico che ci ricorda che la vita non è altro che uno squarcio fulmineo di luce. Ed è subito sera, per dirlo con le sue parole.

Notiamo che l’infinito assume qui una valenza esclusivamente temporale: “Infinito fu il tempo” (v. 1), per cui l’esistenza umana, “compressa” (v. 5), non sarebbe nient’altro che un diaframma, il punto di una retta che, in quanto tale, non conosce termine. La contrapposizione tra l’insignificanza dell’esistenza umana e il carattere sconfinato della vita dell’Universo è resa con effetti di grande suggestione, anche attraverso l’uso della proposizione interrogativa: la struttura ossea (vv.7-8) è sinonimo di pesantezza, acuita dall’iperbato in enjambement che separa l’aggettivo “toìes” dal sostantivo “armonìes”; invece, l’aria e le nuvole (v. 8) appartengono ad una dimensione più rarefatta; l’opposizione è dunque tra gravosità e leggerezza, materiale e immateriale, finito e infinito. L’uomo, nel suo tentativo di innalzarsi tra le nubi, dimostra di essere scioccamente presuntuoso, non rendendosi conto del fatto che tutto sia “vano” (v.9). Denso di significato è il participio “apekriboménoi” (v. 7), che sottintende l’idea di una struttura che, in quanto “finita”, sia perfetta, appunto ri-finita (richiamando, forse, il concetto di armonia pitagorico).

Le immagini di caducità si susseguono sempre più lapidarie, rasentando il macabro (“il tuo scheletro [è] più tetro di quello di un ragno”). Si tratta di temi di derivazione cinica, come conferma la conclusione, che invita a vivere con leggerezza, tenendo sempre a mente di non essere nient’altro che paglia.

La prospettiva di questo componimento è tutt’altro che ottimistica, e naturalmente può non essere condivisibile, nel suo essere così sferzante. Ma, a ben pensarci, Leonida ci offre un monito prezioso: una volta che si è scoperta l’immensità del mondo, la sua inesausta varietà, sembra sciocco condurre una vita centrata su di noi, nell’esaltazione del nostro piccolo recinto. L’infinito, in fondo, invita proprio a scoprirla, quella varietà, a sprofondare in essa senza riserve.

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