«Alcuni preferiscono l’infinito». El encuentro di Juan José Arreola

Due punti che si attraggono non possono che scegliere la linea retta. È chiaro che è la via più breve, ma alcuni preferiscono l’infinito. Le persone cadono una nelle braccia dell’altra senza tante storie. Al massimo procedono a zig-zag, ma vicini alla meta correggono la deviazione e si accoppiano. Un amore così brusco è scioccante, e chi l’ha affrontato in tal modo rincula al punto di partenza. Nel cammino a ritroso molti proiettili rientrano di nuovo in canna, come cartucce senza polvere. Una volta ogni tanto, una coppia di persone si discosta da questa invariabile regola. Il loro proposito è lineare, e non mancano di rettitudine. Misteriosamente, però, optano per il labirinto. Non possono vivere separati: questa è la loro unica certezza, ma la perdono cercandosi. Quando uno dei due commette un errore e provoca un incontro, l’altro finge di non accorgersene e passa senza salutare.

Juan José Arreola, El encuentro (L’incontro)

Cosa c’è di più assurdo che leggere le relazioni umane attraverso principi anche solo vagamente matematici? Arreola, scrittore, venditore ambulante e attore messicano, era un maestro del racconto breve. El encuentro («L’incontro») è parte della raccolta Cantos de mal dolor (1959), il cui titolo è un omaggio a I Canti di Maldoror di Lautréamont (1868), poema decadente che mette in scena l’audacia depravata di un uomo. Un’opera dissacrante, vertiginosa, grottesca, i cui caratteri vengono fatti propri e rielaborati dallo scrittore messicano.

Anatomia di un paradosso

Quello che viene enunciato è un paradosso. Non sarebbe il primo, in amore: per Catullo con Lesbia è l’odi et amo, per Orfeo con Euridice è la perdita per la ricerca. Ma in questo fulmineo racconto di Arreola è come se Orfeo si fosse autocondannato a non potersi voltare verso la sua Euridice. È un paradosso matematico, nella misura in cui esprime un dato contrario all’opinione comune, ma apparentemente logico. Arreola pone sotto i nostri occhi un fatto per nulla intuitivo, insinuando un “interstizio di assurdità”, come avrebbe detto Borges, nelle nostre salde convinzioni di ciò che è reale e ciò che non lo è. Per farlo, adotta un linguaggio dal sapore matematico, nello stile essenziale e nel lessico.

Sono dati due punti, che potremmo chiamare A e B: sono due individui che si incontrano nella linea retta. Al segmento AB della loro relazione si sostituisce talvolta un tracciato a zig-zag. Ma per alcuni, nonostante abbiano intenti ugualmente lineari, gli esiti sono diversi: l’incontro diventa l’eccezione alla regola, dal momento che optano per i sentieri tortuosi del labirinto. 

Bartolomeo Veneto, Ritratto di gentiluomo col labirinto (1510), dettaglio.

Ora, per orientarsi all’interno di un labirinto è fondamentale tenere traccia di ogni nodo in cui ci si imbatte. In altre parole, è utile apporre un segno nei punti di snodo, così da riconoscerli ad ogni passaggio. Questo consente anche di addentrarsi in ciascun sentiero senza perdersi, esplorandolo a fondo e tornando indietro solo quando non si può più andare avanti. Se non si adotta questo sistema si rischia di passare più e più volte per lo stesso punto senza accorgersene. Ed è quanto fanno gli amanti di Arreola: è come se, per ogni incontro evitato, venisse meno un contrassegno. I due continueranno a incontrarsi per errore, senza trovare una via d’uscita.

Amare le distanze infinite

La loro condizione ricorda le riflessioni che Rainer Maria Rilke affidava a una lettera del 17 agosto 1901, indirizzata a Emanuel von Bodman:

Ma, una volta accettata la consapevolezza che anche tra gli esseri più vicini continuano a esistere distanze infinite, si può evolvere una vita meravigliosa, fianco a fianco, se quegli esseri riescono ad amare questa distanza fra loro, che rende possibile a ciascuno dei due di vedere l’altro, nella sua interezza, stagliato contro il cielo.

Queste sono le parole di un uomo che ricercò ossessivamente la solitudine per tutta la vita. Il punto di vista che esprimono è dunque estremamente personale. Eppure Rilke, in un certo senso, offre una soluzione al paradosso di Arreola: porre distanze incolmabili tra sé e l’altro è, per alcuni, parte integrante di una vita vissuta fianco a fianco; dopotutto, la distanza nutre il desiderio.

Juan José Arreola durante una partita a scacchi.

Lo stesso racconto dello scrittore messicano sembra simpatizzare, in effetti, per quanti «preferiscono l’infinito». Il loro non è un amore diretto, che si consuma rapidamente e si dissolve, come se nulla fosse accaduto, in un «cammino a ritroso»: è un amore senza via d’uscita, senza fine. 

Arreola delinea le relazioni umane in modo destabilizzante, assurdo, e in fondo buffo: in una parola, in modo realistico. Ponendo in luce la contraddizione più viscerale di alcune di esse, ne rivela la vera natura. Alcuni sono così: non possono vivere separati: questa è la loro unica certezza, ma la perdono cercandosi. A volte, insomma, è una questione di geometria proiettiva: se i due punti non mancano di rettitudine, se il loro proposito è lineare, ma continuano a evitarsi, a cercarsi, a convergere, a fingere di non riconoscersi, ne segue che le due rette parallele su cui viaggiano si incontreranno solo e soltanto all’infinito.